Grinta “Fenomenale”: l’Inter di Simoni vista 20 anni dopo

Quando Moriero verticalizza e Ronaldo scatta in posizione regolare il Parco dei Principi di Parigi ammutolisce improvvisamente e tutti, ma proprio tutti, sanno che sta per accadere qualcosa che passerà alla storia.

Su quella finta destra-sinistra-destra di un centravanti che sembra elaborato dall’ingegneria genetica, che annichilisce Marchegiani nel corpo e nello spirito, si è costruita un’intera generazione di nostalgici calcisticici; un cult passato alla storia, visto in film e video musicali, apprezzato anche dai più arcigni rivali. Quella finta destra-sinistra-destra, un doppio passo che taglia come un coltello ma appare dolce come una carezza a un pallone, è il giusto coronamento di una stagione “fenomenale” per la Milano Nerazzurra, che porta nel cuore dei tifosi una squadra non scudettata (per motivi che oramai conosciamo a memoria e preferiamo non raccontare di nuovo) ma allo stesso tempo tra le più amate di sempre, al pari di tanti squadroni iridati.

Perché è vero che la storia la scrivono i vincitori. Ma la fantasia, quella, la conquistano gli eroi.

Come si costruisce una squadra epica

L’estate del 1997 è una delle più movimentate della storia interista: Massimo Moratti è al suo terzo mercato estivo e cerca di proseguire quel progetto di costruzione di una squadra vincente, nel tentativo di ripetere le gesta del padre Angelo. Dopo anni di anonimato a distanze siderali dalla vetta della classifica la stagione 1996/97 rappresenta già un buon anno 0, con una base di squadra che termina terza in Serie A e sfiora la vittoria della Coppa Uefa, sfuggita soltanto ai calci di rigore nella finale contro lo Schalke 04.

C’è dunque il bisogno di andare a ritoccare una rosa che già di per sé appare buona, con elementi di spicco a livello internazionale come PagliucaDjorkaeff e Zamorano, un promettentissimo Zanetti, mentre in difesa la regia è affidata ancora a Beppe Bergomi, campione del Mondo a Spagna 82, uno degli ultimi reduci dallo scudetto dei record con il Trap (Berti partirà in direzione Inghilterra nella sessione invernale di mercato) e che proprio con Simoni vivrà una seconda giovinezza fino a riconquistare addirittura la maglia della nazionale per i Mondiali di Francia 98.

A rinfoltire dunque il settore centrale e quello arretrato arrivano nell’ordine Moriero, Ze Elias, Cauet, un importantissimo Diego Pablo Simeone, Colonnese, Milanese, Sartor e Taribo West.

Il vero capolavoro di mercato, però, inutile girarci intorno più di tanto, è un altro: leggenda racconta che in una delle prime riunioni tra società e staff per la costruzione dell’attacco furono fatti i nomi di Inzaghi, Bierhoff e Batistuta, i migliori dell’anno precedente, con discussioni sui vari pro e contro, ma quando Massimo Moratti prende la parola rivela di aver intrapreso una strada, difficile ma non impossibile, che potrebbe mettere d’accordo tutti.

Mettendo sul piatto 48 miliardi di lire il patron nerazzurro porta all’ombra del Duomo, dal Barcellona il miglior calciatore in circolazione, Luis Nazario da Lima, Ronaldo, che viene accolto come un leader il giorno della presentazione.

Nulla sarebbe stato più come prima. 

Prime prove di duttilità (e di rombo)

La squadra viene affidata a Gigi Simoni, allenatore recordman di promozioni dalla Serie B alla A, appena reduce da un’ottima esperienza sulla panchina del Napoli di Ferlaino. Simoni fin dalle prime battute si ritrova dinanzi a un dilemma: come schierare una squadra del genere, con il miglior calciatore al mondo, sul finire degli anni ’90?

Il 4-4-2 è ancora il modulo di riferimento che va per la maggiore in Italia e Simoni, che gioca ancora con una difesa a uomo e il libero staccato, lo interpreta in varie versioni: nella maggior parte dei casi l’Inter assume un’identità di 4-4-1-1, con Djorkaeff a svariare alle spalle di Ronaldo punta unica, ma talvolta, tra cui anche nella finale di Coppa Uefa contro la Lazio, Simoni opterà per una coppia d’attacco formata da Ronaldo e Zamorano, consentendo al transalpino di vestire i più congeniali panni di trequartista e posizionarsi proprio tra i due reparti, andando a disegnare una configurazione che appare un’antesignana del rombo di centrocampo visto poi con Mancini nei primi anni 2000.

4-4-2

Ruolo fondamentale rivestono quei calciatori jolly, ovvero quelle pedine in grado di ricoprire più ruoli, come per esempio Zanetti (utilizzato sia come terzino che come ala), Fresi (sia a centrocampo sia nella più convincente versione da libero), Simeone e Ze Elias. che permettono di passare da una configurazione all’altra con estrema facilità, anche a partita in corso.

rombo

Pregi e difetti: o ti allungo o mi inserisco

Una delle maggiori critiche verso l’Inter di Gigi Simoni riguarda la fase difensiva. In effetti, alla vigilia del nuovo millennio e a un decennio dalla vittoria del tricolore del Milan di Sacchi, la difesa a uomo sembra oramai vetusta e superata, mentre la zona, man mano, è entrata nei meccanismi della maggior parte delle formazioni di Serie A. Simoni, però, non si dimostra un tecnico intransigente, anzi la sua scelta di Zona Mista (che abbiamo spiegato nel pezzo sull’Inter del Trap) deriva più dalle caratteristiche delle pedine che compongono la sua difesa che da un’imposizione tattica predeterminata. L’organizzazione difensiva del tecnico esalta infatti calciatori come Colonnese e Bergomi, col primo che mette in scena la miglior stagione della sua carriera e col secondo che torna letteralmente ai tempi in cui era un bambino prodigio, prendendosi anche gli elogi di Cesare Maldini, commissario tecnico della nazionale, che lo richiama in azzurro per la spedizione francese.

Anche se fuori moda, dunque, l’Inter appare solida e letale.

zona mista

uomo
La predisposizione difensiva dell’Inter 1997/98

A centrocampo il ritmo e la velocità diventano essenziali, sebbene a discapito della qualità; non a caso nella sessione invernale di mercato Moratti riesce a mettere le mani su Paulo Sousa, titolare a centrocampo nelle ultime due squadre campioni d’Europa, nel tentativo di trovare il giusto mix tra tecnica e fisicità, ma il calciatore proveniente dal Borussia Dortmund mina un po’ gli equilibri della compagine nerazzurra e inizierà a essere utilizzato col contagocce. Più che un elemento tecnicamente affidabile ma dal passo compassato, infatti, quell’Inter avrebbe avuto bisogno di un centrocampista più duttile e moderno, in grado di alternare con estrema facilità entrambe le fasi; non a caso Simoni, infatti, aveva chiesto a gran voce l’acquisto di Juan Sebastian Veron, all’epoca in forze alla Sampdoria, identikit ideale da inserire in quella configurazione di settore centrale (non a caso, ai tempi della Lazio, proprio in coabitazione con Simeone si toglierà lo sfizio di vincere il secondo tricolore della storia biancoceleste).

In attacco, la presenza del Fenomeno rende tutto semplice: l’Inter è spietata sia in situazioni di baricentro basso, quando trova soluzione nella verticalizzazione improvvisa per il brasiliano, sia in situazioni di baricentro alto, quando vengono premiati gli inserimenti dei centrocampisti, in particolare quelli di Simeone, che tra andata e ritorno metterà a segno ben tre reti al Milan, diventando uno degli idoli della Curva Nord, anche grazie alla sua immensa tenacia.

gol derby
Il gol del vantaggio nel derby di andata 1997/98: una delle azioni più caratteristiche dell’Inter di Gigi Simoni,

Un anno indimenticabile

L’Italia e l’Europa vivono un momento di strappi con il passato e di proiezione a mille verso il futuro: i telefoni cellulari, fino a quel momento prodotto di elite, iniziano a sfondare sul mercato divenendo oggetti utili e usati da tutti. A Jerez de la Frontera la Ferrari sogna di riportare il titolo Mondiale a Maranello dopo 18 anni, ma un contatto ruota-ruota tra la rossa di Micheal Schumacher e la Williams di Jacques Villeneuve infrange il sogno italiano e consacra sul tetto del pianeta il figlio dell’indimenticato Gilles, tanto amato proprio dai tifosi della scuderia italiana. Micheal Jordan e i Chicago Bulls conquistano il sesto anello NBA della loro storia, chiudendo in maniera quasi cinematografica, con un canestro allo scadere, una delle più belle storie sportive che il Basket d’oltreoceano abbia mai regalato. Per la prima volta viene pubblicato Harry Potter mentre sul grande schermo c’è la definitiva consacrazione da attore per Leonardo Di Caprio grazie al film Titanic, che addirittura si aggiudica 11 Oscar su 14 candidature.

La Playstation prodotta da Sony, in circolazione già da qualche anno, vive un vero e proprio boom, anche grazie alle politiche di costo e differenziazione attuate rispetto alla concorrenza, e cattura l’attenzione di un’intera generazione di bambini e adolescenti, che trovano il modo di emulare i loro campioni preferiti grazie al videogioco Fifa 98 e alla raccolta di figurine della Dolber con chewing gum annesso, passata alla storia per la forsennata ricerca delle inesistenti figurine di Volpi e Poggi.

In questo contesto dai contorni epici l’Inter di Simoni e Ronaldo va a incastrarsi perfettamente, e grazie alle magie a tratti sovrannaturali dell’attaccante brasiliano ruba il cuore dei più giovani e si veste di quell’aura di mito e leggenda che ancora oggi, a oltre venti anni di distanza, la accompagna. Ci sono state squadre più forti che non vengono ricordate con la stessa emozioni, ci sono state Inter più solide e vincenti che però non causano le stesse lacrime.

L’Inter 1997/98 ha rappresentato per tutti la scoperta del mondo e delle sue ingiustizie; una creatura bizzosa e bellissima, forte sul campo e molto meno nelle camere oscure dove si prefiggono a tavolino i destini, con metodologie più o meno lecite (in questo caso meno).

La Coppa Uefa conquistata con un secco 3-0 rifilato alla Lazio in una magica nottata parigina rappresenta la pietra miliare dei ricordi, una reminescenza dolce a cui aggrapparsi con forza nei periodi di buio.

Sicuramente non ha la stessa valenza assoluta di una Champions League.

Ma all’interno contiene pezzi importanti dei nostri cuori.

E quindi guai a toccarcela.

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