Come valutare i 2 anni di Luciano Spalletti?

“FC Internazionale Milano comunica che Luciano Spalletti non ricopre più il ruolo di allenatore della Prima Squadra. Il Club ringrazia il tecnico per il lavoro svolto e per il percorso compiuto insieme”.

Attraverso questo comunicato ufficiale la società nerazzurra rende nota una notizia che, di fatto, risulta essere una NON notizia, visto che già era circolata pesantemente negli ultimi mesi e che lo stesso tecnico ne aveva data piena conferma nell’ultima conferenza postpartita della stagione.

Luciano Spalletti, dunque, non è più l’allenatore dell’Inter, e lascia la squadra dopo due quarti posti consecutivi, che sono valsi prima il ritorno e poi la conferma in Champions League, anche se questo non lo ha esentato da critiche importanti da parte degli addetti ai lavori e del pubblico nerazzurro, che oggi sembra spaccato in due come ai tempi dell’addio di Mancini.

Se da un lato, infatti, una buona fetta dei supporters interisti sono grati al tecnico per aver raggiunto due volte consecutive l’obiettivo, con una rosa che probabilmente non poteva permettersi più di un piazzamento Champions, dall’altro c’è la sensazione che la crescita del progetto abbia subito una brusca frenata negli ultimi mesi, con la squadra che, forse anche a causa del feeling col suo allenatore, non ha trovato quella continuità che ci si aspettava per poter anche solo provare a essere competitiva per traguardi più ambiti.

Chi ha ragione? 

Come spesso accade quando ci si trova di fronte a due campane così distanti la verità è nel mezzo, ma abbiamo provato a fare una valutazione statistica dell’era spallettiana, la più lunga di tutte del post-triplete, per provare a dare un aspetto quanto più oggettivo possibile alla sua gestione.

Dunque: come valutare i due anni di Luciano Spalletti?

Proviamo a utilizzare lo stesso modus operandi statistico di quando si valuta una performance aziendale; la valutazione di una performance aziendale non tiene conto di una sola dimensione valutativa ma, al contrario, si espande su più dimensioni, tenendo in conto più parametri e più variabili. Provando a estendere lo stesso principio al mondo del calcio potremmo soffermare il nostro focus sulle seguenti dimensioni: Obiettivo, crescita interna (che può essere sia tattica sia caratteriale), competitività, impatto sociale (inteso su come la figura Spalletti sia percepita dal tifo).

In definitiva proveremo a “relativizzare” la performance di Spalletti non solo per dargli un voto complessivo alla sua esperienza nerazzurra ma anche per capire sotto quali aspetti dovrà lavorare il suo successore per fare in modo che l’Inter possa tornare a lottare per obiettivi più ambiti.

DIMENSIONE 1: OBIETTIVO

La prima dimensione, quella relativo al raggiungimento o meno dell’obiettivo, è la più facile da analizzare, trattandosi quasi di una variabile booleana, ovvero VERO-FALSO. Perché, a prescindere da come, da quando e a quale costo, non si può negare che l’Inter di Spalletti abbia centrato per ben due volte il traguardo fissato a inizio stagione, con il ritorno in Champions dopo sei anni nel 2018 e la riconferma dell’anno successivo. Entrambi i traguardi sono poi arrivati, ironia della sorte, allo stesso preciso istante, ovvero il minuto numero 80 e il secondo numero 47 dell’ultima giornata di campionato. DIMENSIONE 1: OK

spalletti

DIMENSIONE 2: CRESCITA INTERNA

Come è cresciuta l’Inter con Spalletti? Dicevamo nel preambolo che questa dimensione può essere valutata sia sotto l’aspetto tattico che caratteriale, ma questa sottodistinzione va a sua volta sottoscomposta in 2, considerando entrambe le stagioni.

Perché non si può negare che, sia sotto l’aspetto difensivo che sotto il profilo della costruzione del gioco, l’Inter abbia avuto un miglioramento globale rispetto all’era De Boer-Pioli, con una solidità di reparto che è andata ben oltre il valore degli uomini (basti vedere la crescita costante di D’Ambrosio) e con una maggiore capacità di impostazione, grazie anche al rilancio di una pedina come Brozovic. Il cambio di tendenza non ha avuto lo stesso tasso di miglioramento tra la prima e la seconda stagione: quelli che erano i limiti della prima squadra di Spalletti, infatti, sono rimasti inalterati anche per la sua seconda creatura, anche a causa degli infortuni di Nainggolan e di alcuni casi mediatici scoppiati a stagione in corso e che hanno mandato un po’ in tilt le gerarchie di squadra, sia in campo che nello spogliatoio.

In definitiva, dunque, non si può dire che con Spalletti l’Inter non sia cresciuta, passando dal settimo al quarto posto, ma sia ai piani alti societari, sia sugli spalti, qualcuno ha creduto che il trend di miglioramento potesse essere costante, mentre invece ha subito un rallentamento con il passare dei mesi, e questo è pesato come un macigno sull’aspetto caratteriale di un tecnico che, a un certo punto, è stato lasciato anche da solo a combattere una guerra contro i mulini a vento. Certo, non ci si può soffermare solo sulla classifica o sui punti conquistati: l’Inter è anche la squadra che, tra le Big, ha il maggior divario tra Expected goal e reti effettivamente realizzate, dato che potrebbe essere letto come una buona propensione alla creazione di azioni pericolose ma una scarsa vena realizzativa, e che quindi peserebbe più sui calciatori in campo che sull’allenatore.

DIMENSIONE 3: COMPETITIVITÀ

Quanto manca all’Inter, adesso, per tornare a essere competitiva? Tanto, e non è solo una questione di crescita interna, come analizzato al punto 2, ma anche una questione di collocazione all’interno delle gerarchie italiane e europee, soprattutto alla luce del fatto che gli avversari sui quali bisognerebbe guadagnare terreno continuano a investire anche più della società nerazzurra, rendendo molto più complesso quel lavoro di rigenerazione iniziato già da Thohir un quinquennio fa (il suo quarto posto del 2015/16 non è stato ancora migliorato).

È un aspetto che non riguarda soltanto Spalletti ma anche (e soprattutto) il suo successore: i punti di distacco tra l’Inter e la Juve sono, a oggi, 21, e non esiste allenatore al mondo in grado di poterli ricucire tutti senza un’adeguata campagna acquisti e senza il giusto tempo a disposizione.

DIMENSIONE 4: IMPATTO SOCIALE

Amato da una grande fetta di tifosi interisti, che gli sta tributando i dovuti onori anche in queste ore, odiato da gran parte di detrattori che si aspettavano di più. L’aspetto dell’impatto sulla tifoseria è forse quello che più di tutti è pesato sulla scelta dell’esonero di Spalletti; alcune gestioni di calciatori hanno fatto perdere al tecnico di Certaldo quell’appeal che aveva costruito nella prima stagione. I casi Icardi, Nainggolan e Perisic su tutti hanno avuto la stessa valenza di un macigno sull’allenatore, che già era messo sotto torchio per la partenza diesel. E se sull’eliminazione in Champions League si poteva anche chiudere un occhio, non si poteva dire lo stesso per quelle in Coppa Italia e in Europa League. Purtroppo, negli ultimi mesi, Spalletti aveva perso il timone di San Siro, pur mantenendo quello sulla maggior parte dei calciatori, ed era diventato quasi impossibile pensare a una sua permanenza, anche a causa dell’inesistente difesa mediatica da parte della società, che lo ha abbandonato ancor prima che iniziasse la primavera. In una situazione analoga, nell’estate del 2003, Massimo Moratti provò a continuare il rapporto con Hector Cuper, salvo poi fare un dietrofront dopo pochi mesi. Il gruppo Suning, invece, ha deciso di affidare subito la nave a un altro nocchiere, ma la cosa che deve essere chiara è che non basta un ottimo pilota al timone se l’imbarcazione ha delle crepe: per poter crescere definitivamente l’Inter deve prima riparare le sue falle in rosa.

Come giudicare, in definitiva, alla luce di tutti i ragionamenti, l’esperienza di Luciano Spalletti?

Sicuramente non insufficiente, sicuramente non ottima.

Quel che è certo è che attraverso questa analisi si potrebbe capire DOVE l’Inter non deve ricommettere gli stessi errori, soprattutto alla luce delle considerazioni fatte nella dimensione 4, quella dell’aspetto sociale. Parlare di scudetto, adesso, potrebbe essere molto controproducente, perché metterebbe non solo pressioni al nuovo tecnico ma lo esporrebbe anche allo stesso trattamento riservato per Spalletti nel 2019 (e Mancini nel 2016) rischiando di rovinare il progetto tecnico. Bisognerà lavorare sulla rosa e sul fattore mediatico. Bisognerà trovare alternative sia negli uomini che nei moduli. Soltanto il tempo, poi, ci dirà un reale valore delle strategie utilizzate

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