Taca la bala: storia tattica dell’Inter di Herrera

Nello spogliatoio del Prater di Vienna un ragazzino, che porta sulle spalle non solo il numero 8 ma anche il peso di un cognome pesantissimo, osserva affascinato Alfredo Di Stefano che sta per scendere in campo. Il numero 9 delle merengues, già 5 volte campione d’Europa con la casacca del Real Madrid, è pronto per disputare l’ennesima finale. Il ragazzino non distoglie lo sguardo, è ipnotizzato, vede nell’eleganza della “saeta rubia” sprazzi di quella mentalità vincente che tutti vorrebbero avere. All’improvviso si sente toccare sulla spalla: è il numero 10, Luis Suarez, che gli dice: “Noi andiamo in campo, tu che fai? Vieni a giocare o resti qui a vedere Alfredo?”.

Alfredo Di Stefano non giocherà una partita indimenticabile, non andrà a segno nemmeno una volta. Il ragazzino invece, che si chiama Sandro Mazzola ed è il figlio dell’indimenticato Valentino, realizzerà ben due gol e trascinerà l’Inter di Herrera, per la prima volta nella sua storia, in cima all’Europa.

Dal WM al catenaccio: l’evoluzione che porta alla vittoria

Siamo negli anni ’60, anni di prosperità in Italia: il boom economico sta esplodendo in pieno e Milano è la capitale economica non solo d’Italia ma anche d’Europa. Al timone della società nerazzurra c’è il petroliere Angelo Moratti che, nel tentativo di scrivere una pagina indimenticabile di storia, ha affidato la panchina a Helenio Herrera, detto il “Mago”, proveniente dall’Argentina, uno dei primi personaggi mediatici del gioco del calcio, oltre a essere un allenatore preparatissimo. Dall’altro lato del Naviglio il Milan risponde con Nereo Rocco, tecnico arcigno e pragmatico.

UN “SISTEMA” RIVEDIBILE – L’idea di Herrera è quella di giocare un calcio frizzante e votato all’attacco: quel che il tecnico argentino vuole mettere in atto è il SISTEMA, detto anche WM, già usato in Italia già da quasi 20 anni, ma con una più studiata distribuzione degli spazi tra i reparti. Non a caso fioccano gol nelle prime partite, 5 all’Atalanta, 2 al Bari, 6 all’Udinese, 5 al Vicenza. Ma un vecchio detto recita che gli attacchi vincono le partite mentre le difese vincono i campionati, e proprio contro il Padova di Nereo Rocco, che sarebbe passato al Milan la stagione successiva, l’Inter di Herrera mostra per la prima volta le sue crepe nella retroguardia in quella che sarà la prima sconfitta nerazzurra del Mago. Lo scudetto va alla Juventus, l’Inter arriva terza a un punto dal Milan che si assicura le prestazioni di Rocco. Con il Paron i rossoneri volano alla conquista del titolo nella stagione successiva, mentre il WM di Herrera vive gli stessi alti e bassi dell’anno precedente, nonostante l’arrivo di Luisito Suarez, vincitore del pallone d’oro 1960.

LA VERSIONE DI BRERA – Il 27 Agosto 1961, alla prima giornata della seconda stagione alla guida dell’Inter, Herrera schiera il WM e batte sonoramente l’Atalanta 6-0. Nonostante la vittoria schiacciante (oltre ai sei gol si contano ben 48 tiri verso lo specchio e 10 calci d’angolo) Gianni Brera mette subito in mostra le imperfezioni della squadra:

“È bellissimo poter criticare una squadra che segna una mezza dozzina di gol. Per 20 minuti ho avuto una gran paura di dover ghignare sulla riesumazione del WM. All’Atalanta venivano offerti spazi grandiosi[…]Herrera ha promesso adeguamenti tattici a ogni partita: la prima l’ha azzeccata col WM, domenica prossima a Roma sarà meglio che Zaglio rimanga libero”.

Secondo alcune fonti sarà proprio il famoso giornalista a suggerire al Mago la mossa vincente: con il passaggio al catenaccio e con un libero a controllare la difesa l’Inter inizia finalmente la lunga sfilza di trionfi, aprendo uno dei cicli più romanzeschi della storia del calcio.

IL CATENACCIO – Prima di proseguire bisogna fare una precisazione sul concetto di “catenaccio”: al giorno d’oggi si fa un uso improprio della parola, definendo catenaccio una forte attitudine difensiva. In realtà il catenaccio è una particolare predisposizione di difesa A UOMO schierata a 4, con 2 terzini esterni, uno stopper e un libero, così denominato perché libero da marcatura. È ovvio che, col passaggio alla zona e con le difese completamente in linea, è del tutto sbagliato parlare di catenaccio, così come è stato fatto, per esempio, per l’Atletico Madrid di Simeone.

Herrera passa al catenaccio e arriva il momento della svolta: Armando Picchi, inizialmente utilizzato come terzino, diventa il libero e il leader carismatico della difesa nerazzurra, completata da Burgnich a destra, Guarneri centrale e Giacinto Facchetti a sinistra, a cui verrà dato il compito non solo di difendere ma anche di proporsi in fase offensiva, divenendo di fatto il primo terzino FLUIDIFICANTE della storia.

La formazione con cui l’Inter batte il Real Madrid nella finale di Coppa Campioni 1963/64: si noti il catenaccio formato da Burgnich e Facchetti terzini, Guarneri stopper e Picchi libero

La formazione con cui l’Inter scala l’Olimpo e entra nella leggenda è una poesia che conoscono tutti:

Sarti Burgnich Facchetti (pausa)

Tagnin Guarneri Picchi (pausa)

Jair Mazzola Milani Suarez Corso (fine).

Pregi e difetti, coppe e scudetti

La nuova Inter targata Herrera diventa una corazzata che fa invidia a tutto il mondo: nel 1962/63 la squadra si laurea campione d’Italia, conquistando il primo successo dell’era Moratti. La stagione seguente i nerazzurri perdono lo spareggio scudetto a Roma contro il Bologna, dopo che ai rossoblu furono riassegnati tre punti inizialmente tolti per la condanna doping, ma vincono la Coppa Campioni battendo il Real Madrid di Puskas, Di Stefano e Gento con la doppietta di Mazzola e la rete di Milani. Il 1964/65 diventa l’anno d’oro del biscione, con la squadra che si ricuce addosso lo scudetto, riconquista la Coppa Campioni battendo a San Siro il Benfica con un gol di Jair e, inoltre, grazie alla rete di Mariolino Corso contro l’Indipendiente, conquista la Coppa Intercontinentale e diventa il primo team italiano a laurearsi campione del Mondo.

Nel 1966 l’Inter bissa il successo nell’Intercontinentale, ancora ai danni degli argentini dell’Indipendiente, e suggella il dominio in Italia vincendo il decimo scudetto, quello della stella.

Il carrarmato di Herrera continua la sua corsa anche la stagione successiva ma, nell’ultima settimana, una squadra oramai stanca e distrutta dai mille chilometri percorsi in un quinquennio dorato cade sia in campionato, perdendo lo scudetto all’ultima giornata nella fatale Mantova, sia in Coppa Campioni, battuta 2-1 dal Celtic Glasgow nonostante il vantaggio iniziale siglato dal solito Mazzola.

I pregi della Grande Inter sono noti a tutti:

  • Difesa solida
  • Innovazione tattica
  • Studio degli avversari, fatto in un’epoca in cui non era facilissimo potersi spostare in giro per il mondo ed era effettivamente impossibile procurarsi filmati di match completi.
  • Gioco verticale che permetteva di andare alla conclusione con tre passaggi dalla difesa all’attacco.
  • Alta tenuta atletica dopo preparazioni massacranti. Non a caso la squadra, al termine del quinquennio, scoppierà definitivamente, con alcune delle sue pedine letteralmente a pezzi.

Un aspetto fondamentale dell’Herrera allenatore viene rivestito anche dalla componente psicologica: il Mago è capace di entrare nella testa dei suoi calciatori al fine di spingerli a dare il massimo; sa come motivare sia il gruppo sia il singolo, sa con chi usare il bastone e con chi la carota. Il tutto focalizzato soltanto alla vittoria, obiettivo principale dal quale nessun elemento della squadra può e deve distogliere l’attenzione. Sono celebri, infatti, i cartelli motivazionali scritti dall’allenatore e lasciati negli spogliatoi con dei motti passati alla storia:

  • Taca la bala (Attacca la palla)
  • Gioca velocemente, corri velocemente, pensa velocemente
  • Classe + preparazione atletica + intelligenza = scudetto
  • Chi non dà tutto non dà niente
  • Non credo all’insuccesso.

Per quanto riguarda i difetti è difficile non soffermarsi sul valore assoluto dei suoi centravanti, tecnicamente una spanna inferiori rispetto ai compagni di squadra; in tal senso occorre citare ancora una volta Gianni Brera:

“Il profilo tecnico-tattico dell’Inter è troppo noto perché ci si debba tornare sopra; fino all’altezza dei centrocampisti è di valore mondiale, poi scade moltissimo. Milani non è abbastanza agile per reggere il gioco stretto”.

Conclusioni

Quello di Herrera è il ciclo più vincente dell’intera storia dell’Inter e uno dei più intensi di tutto il panorama europeo. È un ciclo iconico in cui si riconosce tutta la generazione di chi era adolescente negli anni ’60, non per forza tifoso nerazzurro. Quella squadra, come dice Nando Dalla Chiesa, ha insegnato a tutti il fascino della difesa; ha insegnato che l’organizzazione e la voglia di volontà possono essere più decisivi dell’estro.

Quella squadra è entrata nella storia del calcio ma anche nella cultura popolare italiana. Tutti conoscono il Mago, tutti conoscono la poesia “Sarti Burgnich Facchetti…”, tutti hanno sognato di poter rivivere quegli anni, belli sia dentro che fuori dal campo.

Belli ma irripetibili perché, come afferma Stefano Accorsi nel film Radiofreccia, un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più.

Ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa.

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