A un passo dalla gloria: pregi e difetti dell’Inter di Cuper

Deve esistere, in qualche angolo dello spazio-tempo, una dimensione parallela diversa da questa, in cui l’Inter di Cuper ha vinto tutto quello che qui è stata solo a un passo dal poter vincere, crollando sul più bello nella maniera più rovinosa, bruciante e, soprattutto, contro gli avversari peggiori che potessero capitare.

Mi piacerebbe vedere, in questa dimensione, non tanto l’evoluzione della bacheca nerazzurra, quanto lo sviluppo emotivo-sociale di chi in quel periodo aveva tra i 14 e i 18 anni e, anche, l’evolversi naturale del gioco del calcio sul profilo tattico.

Si può dire, infatti, che Cuper sia stato uno degli ultimi integralisti di quel 4-4-2 a cui tanto sono affezionati tutti i nostalgici degli anni 90, il modulo perfetto, quello che meglio di tutti, ancora oggi, nonostante l’esplosione di altri moduli e il proliferare di esterni offensivi, permette di coprire in maniera omogenea tutte l’area del terreno di gioco (che, come ci insegnavano già ai tempi della scuola calcio, si divide in fasce e zone, ma questa è un’altra storia).

Excursus storico

Quando Massimo Moratti chiama Hector Cuper sulla panchina dell’Inter l’allenatore argentino arriva da una sfilza di buone esperienze culminate con un triste epilogo: troppo forte la Lazio di Nesta, Nedved e Vieri per il suo Maiorca nella finale di Coppa delle Coppe 1999, troppo abituato a vincere il Real Madrid incontrato con il Valencia nella finale di Champions dell’anno seguente, con le merengues che si imposero in lungo e in largo nella partita più importante dell’anno nonostante fossero finiti dietro in campionato.

Le azioni salienti di quella finale del 2000.

La favola valenciana dell’Hombre Vertical si rivela essere un vero e proprio progetto calcistico e non un fuoco di paglia l’anno successivo, quando arriva nuovamente in finale di Champions e nuovamente un’amarezza, contro il Bayern Monaco, questa volta ai rigori, in quello che, per uno di quei giochi beffardi del destino, diventerà a breve il nuovo stadio di Cuper: San Siro.

L’Inter, d’altro canto, è ancora alla ricerca di un’identità: dopo la Coppa Uefa conquistata da Simoni nel 1998 si sono susseguiti sei allenatori in tre stagioni, senza nessun altro trionfo e con la vetta della classifica lontana già a dicembre.

Due benedette punte (e un maledetto terzino)

L’idea di Cuper appare chiara fin dalle prime uscite nelle amichevoli estive: risolto il problema estremo difensore affidando la maglia numero uno a Francesco Toldo, una garanzia per l’epoca, la costruzione del 4-4-2 cuperiano passa dalla coppia centrale Cordoba-Materazzi, con quest’ultimo acquistato dal Perugia dopo ottime stagioni anche sotto il piano realizzativo, con il capitano Javier Zanetti a destra e il ritorno a sinistra di Georgatos che tanto bene aveva fatto parlare di sé nella sua esperienza interista, capace di poter svolgere sia il ruolo di terzino che di ala sinistra. A centrocampo Cristiano Zanetti diventa il complementare di Gigi Di Biagio per la coppia centrale, Guglielminpietro preso dal Milan diventa il candidato titolare per la corsia sinistra mentre a destra, davanti a Zanetti, si sceglie Sergio Conceicao, uno dei migliori dell’intera Serie A nelle sua annate con Parma e Lazio. In avanti, almeno in teoria, l’Inter potrebbe puntare sulla miglior coppia del mondo, Ronaldo e Vieri, non solo per il talento dei due ma anche per come le loro caratteristiche riescano a sposarsi alla perfezione. A causa dei problemi fisici dei due, però , non sono rare le apparizioni di Kallon e Ventola, con Recoba pronto a subentrare e a dire la sua.

Il resoconto tattico della prima stagione Cuperiana: soltanto in un match, in casa con l’Atalanta, il tecnico si discosta dal suo modulo di riferimento.

Se sulla carta il prospetto sembra essere costruito con criterio, non mancano alcuni punti interrogativi. Il più grande su tutti gli elementi presenti in rosa, riguarda l’olandese Clarence Seedorf che ha qualità e intelligenza calcistica da vendere ma che difficilmente riesce a collocarsi in questa idea di calcio più fisica e atletica, in cui non si può assolutamente rinunciare a una coppia di centrocampo con polmoni e gambe, per non correre il rischio di crollare.

Seedorf, così come Emre e Dalmat, sarà impiegato molto come esterno, senza riuscire infatti a mettere in mostra le sue qualità.

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Non è un caso che nell’anno seguente, infatti, sarà uno dei partenti, scambiato con quel Francesco Coco che viene valutato come elemento più funzionale al 4-4-2. Nella seconda stagione, inoltre, il doloroso addio di Ronaldo apre le porte nerazzurre a Hernan Crespo, che andrà a formare, con Christian Vieri, forse l’ultima vera coppia del calcio italiano formata da centravanti vecchio stampo, quei numeri 9 che tanto facevano male in area di rigore.

Pregi

In entrambe le stagioni di Cuper, l’Inter parte subito bene e riesce ad assestarsi nelle prime posizioni in classifica. Non si gioca un calcio spettacolare ma la squadra riesce a dimostrare una certa solidità, soprattutto grazie alla mole di “quantità” prodotta delle due coppie centrali. La squadra però appare spesso lunga e larga ma la famosa preparazione zemaniana di Cuper, fatta di tutta corsa e ripetute (come dimenticare il celebre “Monte Alfano”?) permette agli uomini in campo di reggere il colpo. Col rischio di scoppiare nel lungo periodo. E infatti si scoppierà…

Il gioco sulle fasce e la contemporanea presenza in area di due prime punte vere (cosa che si vedrà soprattutto nella seconda stagione) aiuterà molto, in termini numerici, l’apporto offensivo degli attaccanti. Non è un caso che si assista, proprio in questi anni, alle migliori stagioni italiane sia di Vieri che di Kallon, alla migliore stagione europea di Crespo e all’apice realizzativo di Recoba che mai riuscirà ad andare in doppia cifra nei suoi dieci anni di Inter ma che proprio con Cuper, rischierà di andarci il più vicino possibile (9 centri nel 2002/03).

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Difetti

Ronaldo torna in gol ma ha i soliti problemi fisici, colmati dalla stagione straordinaria di Vieri e Kallon, con Recoba che vive forse il suo anno migliore, almeno quando viene schierato nei 2 di attacco.  A sinistra,  Georgatos è lontano parente di quello ammirato nella stagione di Lippi e, ben presto, Cuper inizia a preferirgli Vratislav Gresko che diventerà, per tutto l’anno, il punto debole dell’Inter, il buco costruttivo in cui andranno a inserirsi tutti gli esterni avversari della Serie A. Tra l’altro, nei migliori momenti di Recoba, il tecnico argentino, non volendo rinunciare alle due punte vere e non volendo apporre correzioni al 4-4-2, deciderà più volte nell’arco delle due stagioni di schierare El Chino come esterno sinistro, andando a scoprire ancora di più il punto debole Gresko, che oltre alla limitatezza tecnica si ritrova anche a doversi contrapporre a numerose situazioni di inferiorità numerica.

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Nel giorno più importante dell’anno,  Cuper parte con due punte e Recoba esterno sinistro, scoprendo il fianco dal lato di Gresko, dove può scorazzare libero Poborsky. Gli errori del terzino costeranno lo scudetto ai nerazzurri

Inoltre, il gioco sulle fasce, che tanto ha aiutato gli attaccanti nella crescita del loro fatturato offensivo, diventa sempre più prevedibile con lo scorrere dei mesi; nel modulo cuperiano la fantasia è tutta spostata sui lati e quando gli avversari rafforzano la copertura esterna la squadra mostra tutto il suo deficit qualitativo nella costruzione centrale.

Quello che molti imputano a Cuper è la scelta di perseverare in questi errori: Recoba giocherà come esterno sinistro il 5 maggio, con Ronaldo e Vieri davanti, ma anche la stagione successiva nello scontro al vertice di Torino, quando a Vieri fu affiancato Batistuta. I risultati, purtroppo, saranno analoghi e l’Inter cederà il passo per due scudetti molto alla portata visto il fatturato tecnico della concorrente bianconera.

Fuori all’ultima curva

Nel 2001/02 l’Inter fallisce in semifinale di Coppa Uefa e perde lo scudetto all’ultima giornata subendo il più beffardo dei sorpassi. In estate il Milan chiede Seedorf per Rui Costa, ma il portoghese viene bollato come elemento non funzionale per il modulo cuperiano e l’Inter propone Coco. Nesta completerebbe il reparto difensivo composto da Materazzi e Cordoba in maniera esemplare, ma invece va al Milan mentre l’Inter porta a casa Cannavaro che, però, risulterà essere più un doppione e non un complementare del colombiano. Ronaldo rompe col tecnico e lascia Milano al termine di una telenovela; all’Inter arriverà Crespo che, soltanto un anno dopo, partirà per Londra facendo posto a un altro connazionale, Julio Ricardo Cruz. Arriva un’altra delusione tricolore (secondo posto dietro la Juve) e l’eliminazione in semifinale di Champions League a opera del Milan, con due pareggi. Iniziano a serpeggiare i primi malumori verso un allenatore che ha fatto tanto ma che sembra aver perso sempre il timone sul più bello. Cuper viene confermato ma dopo la partenza non convincente del terzo anno viene sostituito da Alberto Zaccheroni. Lo schiaffetto sul petto che dava ai suoi calciatori prima di ogni match, accompagnato dalla frase “Yo soy contigo”, non si vedrà mai più a San Siro. Le corse sono state stancanti, a volte anche entusiasmanti, ma il numero di trofei nella bacheca del club di Massimo Moratti è ancora uguale a quello del suo arrivo.

Conclusioni

Come valutare, alla luce di tutte le dinamiche prese in esame, l’Inter di Cuper? A tutti gli effetti è una squadra che ha corso tanto e non ha vinto nulla, e questo la limita. Non si può non ammettere che, però, anche per essere subito così competitivi fino in fondo sia in ambito italiano che europeo, dopo anni di buio, c’è bisogno di lavoro e di idee. Come sempre accade in questi casi mi verrebbe da dire che la verità risiede nel mezzo: a Cuper vanno riconosciuti tanti pregi e altrettanti difetti, tra cui forse il più grosso di tutti, ovvero quello di essersi dimostrato integralista al 100% in ogni istante, quando invece qualche piccolo compromesso avrebbe permesso a quella squadra non solo di vincere qualcosina ma anche di costruire un’ossatura solida per poter aprire un ciclo trionfale e duraturo in un periodo storico in cui il calcio europeo era sottoposto a cambiamenti repentini. La gloria era solo a un passo. E un passo si poteva fare.

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